“I” Missoni e il pensiero a Vittorio. Perchè la loro forza sta nell’articolo: il made in Italy di famiglia
7 gennaio 2013 - 11:20
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MILANO / Missoni,  meglio “I Missoni”, cioè Rosita e Ottavio grandi protagonisti,autentici prestigiatori di moda.  Che rientrano,appunto, nella cronaca di moda: magari con deviazioni “rosa”, ma mai avrebbero immaginato potesse trasformarsi in cronaca nera, dopo che l’incidente aereo sulle Los Roques venezuelane, ha visto scomparire il figlio Vittorio. Certo, da qui parte tutta l’informazione d’obbligo per chi fa questo mestiere: ma, e non paia irrispettoso, a me piace ricordare questo nome legato a una famiglia che fa cordata, artefice di quella maglia capace di inventare personalissime composizioni astratte. Qualcosa che ha sempre trasmesso il predominio della mano sulla macchina: anche in questa éra tecnologica. Almeno, questa è sempre stata la sensazione. Maglia dunque: immagino compagna di giochi di Vittorio che, forse, si divertiva  con le bobine colorate. Magari il suo primo linguaggio per coniugare colore a colore. Così è cresciuto Vittorio? Mi piace immaginarlo: Vittorio, insieme ai fratelli Luca ed Angela, che giocano a nascondino fra i telai, oppure  fra il verde di Sumirago, sul lago di Varese, un balcone davanti al Monte Rosa. Da sempre questa è casa e bottega. Soprattutto per la inimitabile maglia Missoni, risultato di un affare di cuore: insomma frutto dell’ amore fra Rosita e Ottavio, perché prima lui non ci pensa per niente: anzi, il suo unico pallino è lo sport al quale si dedica sin dall’infanzia a Ragusa, oggi Dubrovnik, dove nasce nel ’21. Cresce con il gusto della competizione, della sfida: a 16 anni distrugge il mito dello statunitense Robinson, con una corsa leggendaria all’Arena di Milano. Veste per 23 volte l’azzurro della nazionale italiana di atletica leggera; nel 1948 alle Olimpiadi di Londra è finalista dei 400 metri ostacoli: ed è proprio qui che lo nota Rosita, una ragazzetta lombarda tutta pepe, in Inghilterra per motivi di studio.  Come si dice, il colpo di fulmine: si sposano e lei lo coinvolge nella moda. Cominciano con un piccolo laboratorio: vendono i capi a sartorie affermate, ai grandi magazzini.  Fanno maglia e fanno figli: Vittorio il primogenito. Testimone, ancora bambino, della prima sfilata, e poi ragazzo al debutto nello storico Palazzo Pitti a Firenze: è il 1967.  Piovono le copertine internazionali, i compratori USA se li contendono, i giornali del mondo scrivono:” Questi italiani fanno una maglieria incredibile”.Infatti gli abiti sembrano mosaici, i colori vibrano accordi cromatici. Subito dopo presentano i famosi “patchwork” : é folclore risultato della ricerca, inedita lavorazione che miete premi e riconoscimenti ovunque. Danno vita ad arazzi di ineguagliabile bellezza, che finiscono nei musei più prestigiosi: gli esperti li paragonano a opere di Paul Klee, Matisse, Kandinski, da collezionare come quadri. Passano gli anni anche per i figli: ora ci sono anche Luca ed Angela che li affiancano nel lavoro. Angela responsabile delle collezioni femminili e maschili. Tutto continua, dunque, a conduzione famigliare: fino a quando un volo “sbagliato” non interrompe il team vincente. In attesa struggente e dolorosa di sciogliere quell’indeterminato “disperso” per Vittorio, pesante come un macigno, Ottavio è pur sempre, il patriarca che domina su tutti. Anzi, ancora di più.

di Lucia Mari
(foto da www.behance.ne)