








ROMA / Una sentenza destinata a far discutere quella emessa il 2 febbraio dalla Cassazione: nei procedimenti per violenza sessuale di gruppo il giudice non è più obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell’indagato, ma può applicare misure cautelari alternative. In poche parole, il giudice del tribunale di primo grado godrà della piena libertà decisionale in merito alle misure cautelari da applicare nei confronti di persone, minorenni e maggiorenni, indagate per reati di violenza sessuale di gruppo. Un’interpretazione resa dalla Corte in riferimento ad una precedente sentenza della Corte Costituzionale del 2010.
Contrasto netto con quanto legiferato dal Parlamento nel 2009 che, sotto il governo Berlusconi, emanò un decreto legge, convertito poi in una legge, che stabiliva l’obbligo della detenzione cautelare in carcere per tutte le persone accusate di reati sessuali. Questa norma impediva ai giudici di ricorrere a misure alternative, per cui o ci sono gli estremi per il carcere o tutte le persone accusate di stupro tornano libere. Nel 2010 la Corte Costituzionale annullò la norma per i casi di stupro, stabilendo che “non può essere limitata la capacità di giudizio del giudice”. Ma per la Cassazione la posizione del Parlamento è in netto contrasto con anche tre articoli fondamentali della Costituzione: l’articolo 3, 13 e 27 rispettivamente uguaglianza di fronte alla legge, libertà personale e funzione di pena.
Erroneo pensare che, prima, tutte le persone accusate di tali reati venissero prima destinate al carcere ma, con questa sentenza, tutte quelle persone che potevano essere tenute sotto controllo nei casi in cui non fossero presenti gli estremi per ricorrere al carcere, quindi magari con misure come gli arresti domiciliari, resteranno a piede libero.














