








ROMA / Nessuno vuole dimenticare nella classe politica, ma il ritardo con cui si è deciso di tenere vivo il ricordo brucia ancora tra chi ha vissuto quanto accaduto al confine con Istria e Dalmazia. E gli esuli delle Foibe oggi 10 febbraio, giorno del ricordo, alzano la testa. Le foibe sono le cavità carsiche, solitamente di origine naturale, con ingresso a strapiombo usate tra il 1943 e il 1945 per occultare cadaveri di persone di nazionalità veneta, friulana, istriana e dalmata. La storia funesta che vide protagonista il movimento partigiano di Tito, ma che riporta anche alle origini fascismo nella Venezia Giulia. E al comunismo italiano, al punto che il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, nel primo anno dalla sua investitura si scusò con i reduci per “il limite culturale e del ricordo” che aveva permesso all’ideologia rossa di soffocare questo massacro storico.
In Italia il giorno del ricordo per le vittime delle Foibe è stato istituito solo nel 2004, e solo recentemente nelle zone del massacro sono nate le prime scuole italiane frutto delle comunità delle persone sopravvissute all’esodo. “Ora la situazione per gli italiani di Croazia e Slovenia è discreta, ci sono comunità organizzate che ricevono finanziamenti dal Governo ed dall’Italia che fungono in pratica da associazioni culturali – spiega al Corriere della Sera Alessandro Cuk, presidente regionale dell’associazione Venezia Giulia Dalmazia – a Fiume c’è una buona comunità, c’è un giornale in italiano. Sono terre dove non c’è stato ritorno: ma hanno operato i rimasti”. Eppure la nostalgia c’è in molti esuli: “Spesso si sentono sradicati due volte: fuggiti dalle loro terre giovani, tornano a vederle in vacanza, magari con la famiglia che si sono fatti in Italia, e trovano un mondo diverso, si sentono spaesati. Anche in Italia, dove vivono da anni, si sentono comunque un po’ stranieri. Manca loro l’odore, il sapore, i ricordi dell’infanzia”.
Manifestazioni in ricordo degli esuli sono state celebrate in tutte le città italiane, anche se molte associazioni non hanno partecipato. A Roma il sindaco Gianni Alemanno ha partecipato alla celebrazione all’Altare della Pace, ma non l’associazione degli esuli. Anche a Milano il sindaco Pisapia ha tenuto un discorso in occasione del 10 febbraio, e le polemiche non sono mancate. “Le divisioni su un pezzo di storia dolorosa non sono più ammissibili in una nazione nata dalla resistenza, in una città Medaglia d’oro della resistenza che ha fatto della solidarietà e della pace il suo punto di riferimento per il presente e per il futuro” ha detto il sindaco. Gli esuli presenti hanno apprezzato la presenza del sindaco ma denunciano: “Siamo amareggiati che non ci sia stata data la parola per un intervento – critica il segretario del Movimento Nazionale Istria-Fiume-Dalmazia Romano Cramer – È un gesto inaccettabile, il primo caso in Italia in cui a una commemorazione i diretti interessati non possono fare un intervento. Se l’avessimo saputo, ci saremmo astenuti dal venire. I nostri morti non sono di serie B”.














