Il “piccolo Vallanzasca” e la rivolta del Beccaria, la voglia di “buttar via le chiavi”
17 settembre 2012 - 15:55
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MILANO / E’ stato il “Piccolo Vallanzasca” a guidare la rivolta durata circa un’ora al carcere minorile “Beccaria” di Milano di sabato notte. Lo riporta il Corriere della Sera. Nella notte noi non lo sapevamo. Ma il dispiegamento di forze dell’ordine, vigili del fuoco, ambulanze in prevenzione, la tensione che si “respirava” l’abbiamo materialmente constatata, come non capita spesso, in un istituto per minorenni. (GUARDA VIDEO-REPORTAGE). L’avvento del “Piccolo Vallanzasca” non è un bel segno. In primo luogo perchè il nome se l’è – dicono – affibbiato lui stesso, con una precisa strategia di emulazione. Le frasi “e adesso picchiatemi”, rivolte agli operatori che lo avevano preso in custodia sono famose nel repertorio di Renato Vallanzasca, e tutto sembra ispirato dal film tratto  dal libro che Carlo Bonini (“Il fiore del male”) scrisse sulla base del racconto dello stesso “Renèe” (che lo firmò come autore GUARDA VALLANZASCA AL CARCERE DI OPERA) poi sceneggiato per il cinema. Non ci stupiremmo che qualche brano da YouTube, decontestualizzato, sia finito nel cervello del ragazzo di 14 anni che il Gip qualifica come “un pericolo elevatissimo e concreto per la collettività” con  una propensione disinvolta al delitto che commette “quotidianamente”. Il curriculum è purtroppo già corposo, furti, rapine, violenze. Da quando aveva 12 anni, almeno. E quindi non punibile fino a pochi mesi fa. Esempi non ha avuto bisogno di cercarli da Vallanzasca, ci sono già suoi famigliari in carcere che hanno pensato ad “instradarlo”. Ci si aggiunge, purtroppo, come un timbro la provenienza “Quarto Oggiaro”, che avvilirà di nuovo chi lavora per portare il nome del quartiere a quello di un toponimo e non di un simbolo. Anche se, si legge, i ragazzetti sbandati di cui faceva parte il piccolo boss sarebbero il “gruppetto di Largo Boccioni”, che non è Quarto Oggiaro, ma più verso Roserio.
Per chi non conosce Milano largo Boccioni è difficile da definire: un po’ svincolo, un po’ fermata del tram, con le traversine ancora in mezzo all’erba. Quinta naturale qualche vecchia casa e l’autostrada, che passa a raso. Della “città che sale”,  la periferia attiva celebrata proprio da Boccioni non c’è traccia, non c’è nulla che “sale”, che cresce per il futuro della città, solo rumore. Ma ora c’è “il Piccolo Vallanzasca”. Nulla conta che il vero Vallanzasca ricordi, anzi, constati, che la sua “grande” carriera criminale e tutta la sua vicenda passata tra sfide e arroganza lo abbia portato solo a trascorrere la maggior parte della sua vita tra le sbarre e che quindi tanto furbo, scaltro e intelligente, lo dice lui stesso “alla fine non lo sono”. E che nulla gli sia concesso, neppure il lavoro fuori dal carcere, visto che appena mette piede fuori i media e il dolore dei parenti delle sue vittime, di fatto, impongono di chiudere subito le porte blindate al bandito pluriomicida. Il fiore del male continua a dischiudersi in qualche modo, anche il titolo del libro di Bonini si è impresso per facili metafore. Un interesse per il personaggio che non sorprende, dato che qualcuno, tra i giornalisti per la presentazione del libro ad Opera nel ’99, ci fu chi si catapultò a farsi fare una dedica da Vallanzasca (GUARDA) in persona, mentre gli agenti di polizia penitenziaria premevano per tradurlo subito al suo carcere di “residenza”.  Ora gestire il nome che il 14 enne sì è dato, e che automaticamente finisce sui media, è difficile. Vallanzasca, dal carcere, il bilancio della sua vita lo ha fatto, e riconosce il baratro di quello che ha lasciato. Il “piccolo Vallanzasca” appare con il destino segnato. Nessuno scommetterà mai un centesimo su di lui. Ma sappiamo che, spesso non sostenuti da nessuno, ci sono operatori sognatori testardi come muli, che vanno avanti anche se tutti scuotono la testa. Tenerlo “dietro le sbarre e buttar via la chiave” è il mugugno che si avverte ovunque. Lo Stato ha l’obbligo di lottare contro tutto e tutti per cercare di sovvertire un destino. Non ci crede “quasi” nessuno, sarebbe ipocrita non ammetterlo. Per il piccolo Vallanzasca l’unica vera evasione possibile sarà quella da se stesso: qualcuno di quei “quasi”, di quei “muli” gli indicherà la strada, con determinata pazienza. A 14 anni non è un bambino, solo lui potrà imboccarla.

Angelo Cimarosti