








PADOVA / L’ultimo lavoro di Antonia Arslan è “Il libro di Mush” (Skira), e ancora una volta dopo la Masseria delle Allodole e la Strada di Smirne, la Arslan, scrittrice e saggista di origine armena, torna a parlare del genocidio che colpì questo popolo, il popolo armeno appunto, nell’estate del 1915 allo scoppio della grande guerra. Il libro, ispirato ad una storia vera racconta l’impresa di due donne che sopravvivono allo sterminio del loro villaggio e con l’unico bambino rimasto e una coppia di amici greci salgono all’antico monastero in fiamme della valle di Mush, nell’Anatolia interna, per cercare altri superstiti.
Vi ritroveranno, miracolosamente scampato al fuoco e al saccheggio, il libro di Mush, un enorme codice del 1202 con preziose miniature che gli armeni venerano come una reliquia dotata di poteri taumaturgici. La decisione di portarlo con sé, nella loro fuga verso il confine con la Russia, sarà per loro un peso ma anche una benedizione. E come spesso accade nei libri della scrittrice veneta dalla tragedia e dalla disperazione del dramma e della fuga emerge un filo conduttore, accompagnato da toni di fiaba e di poesia e cioè la speranza, che è poi la risposta al male, alla furia di chi decide all’improvviso e in un solo momento di toglierti tutto, famiglia, casa, amici… Antonia Arslan, attraverso questi personaggi racconta la strage della valle di Mush e della popolazione armena annientata dai turchi della terza armata, in ritirata dopo le sconfitte nel Caucaso.
Fino a pochi anni fa, dei dettagli di queste stragi – scrive la Arslan in una Nota a fine volume – si sapeva molto poco; ma oggi sono state pubblicate testimonianze fondamentali…. come i resoconti di prima mano dell’infermiera svedese Alma Johansson e della sua collega norvegese Bodil Katharine Biørn, che proprio a Mush dirigevano un orfanotrofio e si videro letteralmente strappare dalle mani le loro bambine, che poi vennero tutte uccise.
di Giuliana Lucca














