La scienza del pettegolezzo “nobilitato” in gossip – di Lucia Mari
26 maggio 2011 - 0:32
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Una delle tante testate dichiatamente gossip

Sarò grave. Meglio: sono grave. Roba da andare dallo specialista, ammesso che ci sia un medico capace di stabilire perché io sia così refrattaria a una sorta di epidemia che, ripeto, ha contagiato e continua a coinvolgere milioni di persone, vittime del virus del gossip. Mi spiego: seguo in tv, sul web, attraverso i giornali di questa nostra società ingorda di pettegolezzo (meglio se becero): una sorta di scienza che ha raggiunto livelli insopportabili e improponibili. Quando va bene, si osanna il narcisismo dell’effimero con l’immaginario erotico che non è più immaginario. Lettore o spettatore ingordo di cronaca scandalistica, comunque ad effetto:se no che gusto c’è.

Ecco perché mi definisco grave. Di sapere le mete preferite dei vari personaggi o i locali che frequentano non me ne importa niente : così come non mi scompone conoscere se la bella di turno è stata mollata, si è rifatta, ha cambiato partner o compie acrobazie amatorie da far invidia al Kamasutra. Ribadisco rischiando l’impopolarità: non me ne frega proprio niente. Non parliamo poi quando leggo del borsino dei compensi: euro come noccioline,magari per una ospitata, e qui mi girano veramente le scatole.
Ho parlato di scienza, ma visto il fenomeno dilagante, potremmo definirlo addirittura “cultura”.

Sì la cultura del pettegolezzo. Che poi, se ci ragioniamo un pochino, il pettegolezzo c’è sempre stato: nato senza l’enfasi di oggi, dalla portineria¨da sempre raccolta e smistamento dei fatti altrui. Esasperando il concetto, con un pizzico di ironia, roba che se ci fanno un pensierino le portinaie potrebbero chiedere le “royalty”, vantando il “copyright” che spetta loro di diritto.Gossip: parola che ha quasi “allure” come “outlet” che in italiano significa spaccio aziendale e oggi promosso a fenomeno che nobilita gli sconti.
Sono davvero irrecuperabile? Mica tanto, perché mi ritrovo (per fortuna) nelle letture firmate Massimo Gramellini (La Stampa) e Aldo Grasso (Il Corriere della Sera). E poi i ricordi aiutano: agli inizi della professione rammento la love story del campionissimo Fausto Coppi per colei che era battezzata la dama bianca: si sussurrava della loro relazione, ma tutto finiva lì. Esasperando il concetto: se ne difendeva la privacy. Certo, i tempi cambiano : la fiction si mescola alla realtà e spesso la seconda è peggiore della prima. Certo la dignità è un optional. Sparite parole come serietà, coerenza, comprensione, rispetto. Soprattutto civiltà individuale ed educazione collettiva. Mi rendo conto che evocare tutto questo è pretendere troppo. Fate conto di non avere letto niente.