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Il ministro Sacconi, l’art. 18 e la “rigidità del mercato del lav...
sacconi
26 settembre 2011
- 23:09
Ultimo dossiertutti »

ROMA – Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha affermato che l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori è un freno alle assunzioni e che prima di lui già Silos Labini e Modigliani avevano espresso lo stesso parere.
“Siamo l’unico paese al mondo ad avere l’art. 18, così com’è fatto”, ha detto Sacconi, “bisogna andare avanti sulla strada della flessibilità contrattata”.
Contratti di lavoro part time, stagionali, settimanali, apprendistato, inserimento, di formazione, a tempo determinato, a progetto, collaborazioni coordinate e continuative, ritenute d’acconto, job sharing, somministrazione, contratti di lavoro a chiamata, stage (che non è un contratto ma di fatto e senza troppi misteri viene usato come tale), forse la rosa nemmeno è completa.
Dalla fine degli anni ’70 in Italia è in corso un processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro che accanto al contratto a tempo indeterminato, ormai tipologia obsoleta, ha inserito una miriade di modalità contrattuali, alcune delle quali rimaste per lo più inutilizzate.
Di certo tutt’intorno al mondo del lavoro fisso, a tempo pieno e indeterminato, si è sviluppato in 30 anni un sottobosco di categorie occupazionali, da cui il mondo del lavoro ha potuto e può attingere a piene mani, perché, “al giorno d’oggi se hai un posto di lavoro stabile, sei fuori moda”.
Decine le modalità occupazionali attraverso cui i lavoratori continuano ad entrare nel e uscire dal, mercato del lavoro.
Con costi sociali pesantissimi, in termini di continuità contributiva, progettualità, copertura assicurativa.
“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, recita la Costituzione, già lo avevano capito i costituenti nel 1948.
Fatta esclusione per la famiglia d’origine, quando c’è ed è in buone condizioni economiche, null’altro nel nostro paese al di fuori del lavoro può garantire la sicurezza sociale.
Si vada a chiedere, senza troppi misteri, alle strutture di assistenza caritativa presenti nel ricco nord-est, quante persone nell’ultimo biennio dopo aver perso il lavoro, hanno perso l’autonoma capacità di sussistenza e man mano la dignità, non avendo diritto a nessuna forma di assistenza istituzionalizzata.

 Non ci sono benefit nè sussidi di disoccupazione in Italia, assicurati invece in gran parte dei paesi europei, in caso di perdita del lavoro.
D’altra parte un mercato del lavoro asfittico come quello del nostro paese, specie negli anni di crisi, di certo non è in grado di garantire nell’immediato una gamma di possibilità lavorative, tale da escludere per lunghi periodi di tempo, l’emarginazione dal mondo del lavoro.
La progressiva legittimazione di tipologie occupazionali “flessibili” accanto al contratto a tempo indeterminato, non ha per nulla migliorato i tassi di occupazione, né tantomeno abbassato quelli di disoccupazione, specie giovanili.
Allora perché il licenziamento come decisione unilaterale del datore di lavoro, magari contrattata in cambio di denaro, dovrebbe favorire le assunzioni?
Che bisogno c’è di modificare una tipologia di contratto, quella a dempo indeterminato, che è ormai una fra le tante e che, specie in entrata, non viene quasi più utilizzata?
E ci spieghi il ministro Sacconi, quante imprese sarebbero disposte ad usare il contratto di lavoro a tempo indeterminato per assumere nuove persone, anzichè ricorrere al contratto a termine, rischiando di dover offrire denaro in cambio del licenziamento, per “liberarsi” di unità lavorative in esubero?
Non sarà forse che la “flessibilità contrattata” di cui parla il ministro Sacconi, serve più a “snellire” il mercato del lavoro in uscita, piuttosto che favorirlo in entrata?

di Antonella Gasparini
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